Archivio mensile:Febbraio 2021

Condizioni della detenzione

condizioni della detenzioneLe Sezioni Unite della Cassazione chiariscono sull’interpretazione della Corte EDU in merito alla conformità delle condizioni di detenzione con riferimento all’art. 3 CEDU. Vale a dire se «lo spazio minimo disponibile di tre metri quadrati per ogni detenuto debba essere computato considerando la superficie calpestabile della stanza ovvero quella che assicuri il normale movimento, conseguentemente detraendo gli arredi tutti senza distinzione ovvero solo quelli tendenzialmente fissi e, in particolare, se, tra questi ultimi, debba essere detratto il solo letto a castello ovvero anche quello singolo». Ebbene, premesso che la condizione di detenzione non comporta per il soggetto ristretto la perdita delle garanzie dei diritti fondamentali della persona, e che, anzi, «al contrario, assumono specifica rilevanza proprio a causa della situazione di particolare vulnerabilità in cui si trova la persona», secondo consolidata giurisprudenza della Corte EDU, l’art. 3 della Convenzione, nel «sancire uno dei valori fondamentali delle società democratiche, pone a carico degli Stati contraenti non soltanto obblighi negativi, ma anche più incisivi obblighi positivi per assicurare ad ogni individuo detenuto condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana». Sicché: «una pena, pur legalmente inflitta, può tradursi in una violazione della Convenzione qualora comporti una compressione dei diritti convenzionali non giustificata dalle condizioni di restrizione». Inoltre: «le modalità di esecuzione della restrizione in carcere non devono provocare all’interessato un’afflizione di intensità tale da eccedere l’inevitabile sofferenza legata alla detenzione».

Su tali basi, trovano fondamento i seguenti principi di diritto, secondo cui «nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello». Ed inoltre: «i fattori compensativi costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie, dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività, se ricorrono congiuntamente, possono permettere di superare la presunzione di violazione dell’art. 3 CEDU derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a tre metri quadrati» e «nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i tre e i quattro metri quadrati, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono alla valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all’istanza presentata».

Tuttavia, concludono i giudici di legittimità, violazioni di diversa natura eventualmente riscontrate in un istituto, come per esempio la mancanza di riservatezza rispetto ai servizi igienici, non essendo state evidenziate nel caso appena esaminato, non sono state oggetto di valutazione (Cass. Sez. Unite Pen. Sent. 6551/21 – 24.09.2020 / 19.02.2021).

Numerazione in sequenza 03E21 del 20/02/2021

Salute e regime detentivo

salute e regime detentivoNon sempre la richiesta avanzata dal detenuto e mirata ad ottenere la detenzione domiciliare ha esito favorevole seppur di fronte ad una condizione di salute compromessa. Per esempio, nel caso in esame, la condizione di salute di un detenuto affetto da importante patologia oftalmica è stata dichiarata gestibile nell’ambito intramurario previa idonea allocazione presso un istituto dotato di opportuni presidi terapeutici. Ripercorrendo le ragioni del ricorso del condannato, il medesimo, nell’unico motivo addotto, dopo aver richiamato la complessità del suo stato clinico, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione adottata dal Tribunale di sorveglianza, ha contestato la valutazione di compatibilità con lo stato detentivo meramente astratta sentenziata dall’organo collegiale senza che questo abbia tenuto in debito conto la già accertata insufficienza della risposta terapeutica nell’istituto penitenziario ove ristretto, nonché senza che il collegio abbia proceduto al necessario bilanciamento tra i profili di indefettibilità dell’esecuzione e del principio di umanità della pena stessa.

Ebbene, richiamando corposa giurisprudenza di legittimità, la Suprema Corte ha invece ribadito il principio per cui ai fini del differimento facoltativo della pena detentiva o della detenzione domiciliare è «necessario che la malattia da cui è affetto il condannato sia grave, cioè tale da porre in pericolo la vita o da provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, da esigere un trattamento che non si possa facilmente attuare nello stato di detenzione, dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l’interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività». Sicché, l’ordinanza impugnata non solo non si è discostata dai principi appena richiamati, ma ha anche tenuto scrupolosamente conto del quadro sanitario ricostruito attraverso la disposizione di adeguata perizia medico legale che ne ha in qualche modo messo in luce l’assenza dei necessari presupposti di legge. Tant’è, non è emerso che tale stato di salute accertato contrasti con l’espiazione della pena detentiva o con il senso di umanità, entrambi costituzionalmente garantiti, poiché non sono state evidenziate malattie organiche tali da porre in pericolo la vita il detenuto o da «provocare conseguenze dannose scongiurabili solo mediante cure praticabili esclusivamente in ambito extramurario, né l’espiazione della pena appare offendere, per le eccessive sofferenze, la dignità umana, così da privare la pena di significato rieducativo» (Corte di Cassazione, Sezione Prima penale, Sentenza n. 477/2021 – Presidente: IASILLO; Relatore: CENTOFANTI).

Numerazione in sequenza 02E21 del 15/02/2021