Archivio mensile:Maggio 2021

Tutela della riservatezza

tutela della riservatezzaIl Garante per la protezione dei dati personali e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale – i quali esercitano funzioni tra loro complementari a tutela della persona e della dignità in contesti talora contigui, ravvisando, appunto, l’utilità di favorire momenti di riflessione e approfondimento sui temi di comune interesse nell’ambito delle rispettive finalità istituzionali –, hanno siglato un Protocollo di intesa (qui allegato) al fine di disciplinare le modalità di realizzazione di una cooperazione utile a garantire, seppur nell’esercizio autonomo e indipendente delle rispettive funzioni, una quanto più maggiore efficacia e incisività nell’azione di competenza.

Una convergenza di intenti, quindi, in ossequio sia al principio di cui all’art. 97 della Costituzione (Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico. I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buono andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari. Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge); sia al dettato di cui l’art. 15 (Accordi fra pubbliche amministrazioni) della Legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), il quale stabilisce, tra l’altro, che «le amministrazioni pubbliche possono sempre concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune».

In sintesi, rimandando poi al documento integrale allegato, la cooperazione in oggetto si articola nel coordinamento degli interventi istituzionali; nella segnalazione reciproca di possibili violazioni di norme alla cui applicazione è preposta l’altra Parte, ravvisate nell’esercizio delle proprie funzioni e, se opportuno, nell’attivazione di istruttorie amministrative coordinate; nella collaborazione ai fini dell’elaborazione di segnalazioni al Parlamento o al Governo; nella collaborazione nell’ambito di indagini conoscitive; nel rilascio, anche in funzione endo-procedimentale, di pareri su richiesta dell’altra Parte; nella realizzazione di convegni, conferenze stampa o altri eventi a carattere divulgativo e/o scientifico, nonché nella pubblicazione di scritti.
Sicché, nel rispetto delle previsioni normative vigenti, nei limiti di cui alla Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), le Parti possono effettuare congiuntamente ispezioni o visite relativamente a fattispecie di interesse comune.

Numerazione in sequenza 10E21 del 28/05/2021

Videochiamata e colloquio telefonico

videochiamata e colloquio telefonicoLa Suprema Corte di Cassazione rinvia al Tribunale di sorveglianza per nuovo giudizio in relazione alla equiparazione della videochiamata al colloquio telefonico. Ebbene, tenuto conto degli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione e art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, posti a tutela della famiglia e dei suoi componenti, consegue che il diritto ai colloqui è pacificamente riconosciuto anche ai detenuti sottoposti al regime differenziato di cui l’art. 41-bis Ord. penit., ai quali, pertanto, seppur si applichino le disposizioni restrittive con riferimento al numero dei colloqui ed alle relative modalità di svolgimento, non può comunque essere loro impedito l’accesso. Ne consegue quindi che il detenuto sottoposto a regime differenziato può essere autorizzato ad «effettuare colloqui visivi con i familiari mediante forme di comunicazione audiovisiva controllabili a distanza, secondo modalità esecutive idonee ad assicurare il rispetto delle esigenze imposte dal citato regime, ove ricorrano situazioni di impossibilità o, comunque, di gravissima difficoltà rispetto all’esecuzione dei colloqui in presenza», in quanto tali modalità di esecuzione del colloquio da remoto, attuate dall’Amministrazione penitenziaria per gli altri detenuti, «appaiono in grado di garantire una forma di contatto a distanza senza pregiudizio» per le esigenze di tutela collettiva.

Perciò, nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza ha correttamente evidenziato come la videochiamata debba essere effettuata utilizzando le apparecchiature presenti nel carcere in cui il detenuto in regime differenziato si trova e quelle installate nell’istituto in cui dovrà recarsi il familiare, così da escludere la possibilità di eludere le misure di sicurezza imposte «atteso che, diversamente opinando, dovrebbe pervenirsi a escludere anche il colloquio visivo, rispetto al quale ricorrerebbe un analogo rischio», stante, invece, la possibilità di interrompere la comunicazione in quanto svolta sotto il controllo del personale di polizia penitenziaria.

In conclusione, se da un lato va quindi rigettata l’istanza del detenuto ristretto in regime differenziato che chiede di effettuare telefonate all’indirizzo dell’utenza privata del familiare – visto che tale fattispecie esecutiva impedisce l’identificazione dell’interlocutore, vanificando così le richiamate esigenze di controllo –, dall’altro lato va accolta la doglianza secondo cui la videochiamata non può essere equiparata tout court al colloquio telefonico, in quanto quest’ultimo soggiace a diversa disciplina soprattutto per quanto attiene la sua durata, sensibilmente ridotta (dieci minuti rispetto ad un’ora del colloquio visivo), sollevando di fatto un contrasto con il principio di diritto in precedenza richiamato, ovvero che la videochiamata «costituisce una modalità esecutiva del colloquio visivo nei casi in cui esso, per motivi eccezionali, non possa avere luogo» (cfr. Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 19826/21).

Numerazione in sequenza 09E21 del 24/05/2021