Accesso di dispositivi telefonici

DECRETO-LEGGE 21 ottobre 2020, n. 130, e accesso indebito di dispositivi telefonici. In materia di Ordinamento penitenziario, il decreto in esame (Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 261 del 21/10/2020), in vigore dal 22/10/2020, che sarà presentato alle Camere per la conversione in legge, oltre a tutta una serie di altre e diverse disposizioni, ha inserito il reato specifico di “Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”. Nonché “Modifiche urgenti alla disciplina sul Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”. Infatti, l’articolo 9 del decreto inserisce al Codice penale l’articolo 391-ter (Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti), che così stabilisce: «chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l’uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine renderlo disponibile a una persona detenuta è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni. Si applica la pena della reclusione da due a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la pena prevista dal primo comma si applica anche al detenuto che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni».

Inoltre, come accennato, l’articolo 13 dello stesso DECRETO-LEGGE 21 ottobre 2020, n. 130, apporta modifiche all’articolo 7 del DECRETO-LEGGE 23 dicembre 2013, n. 146 (Misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria), convertito con modificazioni dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 10, il quale, tra l’altro, inserisce il comma 1-bis che così stabilisce: «Il Garante nazionale opera quale meccanismo nazionale di prevenzione ai sensi dell’articolo 3 del Protocollo opzionale alla Convenzione contro tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottato il 18 dicembre 2002 con Risoluzione A/RES/57/199 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ratificato con legge 9 novembre 2012, n. 195, ed esercita i poteri, gode delle garanzie e adempie gli obblighi di cui agli articoli 4 e da 17 a 23 del predetto Protocollo». Noche, aggiunge il comma 5.1: «Il Garante nazionale può delegare i garanti territoriali per lo svolgimento di specifici compiti nelle materie di cui al comma 5, con esclusione di quella di cui alla lettera g), quando ricorrano particolari circostanze. La delega ha una durata massima di sei mesi».

Ebbene, per opportuna precisazione, il contenuto della citata lettera g) del comma 5 dell’articolo 7 del DECRETO-LEGGE 23 dicembre 2013, n. 146, stabilisce che il Garante nazionale «trasmette annualmente una relazione sull’attività svolta ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, nonché al Ministro dell’interno e al Ministro della giustizia».

Numerazione in sequenza 67E20 del 24/10/2020