Internati e misure di sicurezza

Pronuncia della Consulta circa il giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 41-bis, commi 2 e 2-quater, della Legge 354/75 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promosso dalla Corte di cassazione, sezione prima penale. in breve, secondo la Cassazione, l’articolo in esame consentirebbe l’applicazione dello stesso regime differenziale sia ai condannati a pena detentiva, sia agli internati per l’esecuzione di una misura di sicurezza. Sicché, la sottoposizione ad un identico regime esecutivo comporterebbe una duplicazione della pena la quale violerebbe però alcuni principi costituzionali: «da quello di ragionevolezza a quello di proporzionalità e colpevolezza», minando inoltre «la finalità rieducativa che anche la misura di sicurezza persegue, accanto alla sua funzione di contenimento della pericolosità dell’internato».

Ebbene, come si legge nel comunicato stampa a margine della sentenza: «Le speciali restrizioni previste dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario sono applicabili anche agli internati, cioè alle persone considerate socialmente pericolose e, in quanto tali, soggette, dopo l’espiazione della pena in carcere, alla misura di sicurezza detentiva dell’assegnazione a una casa di lavoro. Tuttavia, proprio in considerazione della specifica natura di quest’ultima misura, e alla luce dei principi costituzionali di ragionevolezza e di finalità rieducativa, il trattamento differenziale previsto dall’articolo 41 bis deve adattarsi alla condizione dell’internato e consentirgli di svolgere effettivamente un’attività lavorativa».

Pertanto: «In conformità agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., deve essere perciò prescelta un’interpretazione della disciplina censurata che consenta l’applicazione delle sole restrizioni proporzionate e congrue alla condizione del soggetto cui il regime differenziale di volta in volta si riferisce. Così, trattandosi di un internato assegnato ad una casa di lavoro, le restrizioni derivanti dalla sua soggezione all’art. 41-bis ordin. penit. devono adattarsi, nei limiti del possibile, alla necessità di organizzare un programma di lavoro, e, a sua volta, l’organizzazione del lavoro deve adattarsi alle restrizioni (quelle necessarie) della socialità e della possibilità di movimento nella struttura. Ad esempio, devono essere identificate attività professionali compatibili con gli effettivi spazi di socialità e mobilità a disposizione degli internati soggetti al regime differenziale, modulando opportunamente l’applicazione a costoro della “limitazione della permanenza all’aperto” disposta dalla lettera f) del comma 2-quater del citato art. 41-bis. In definitiva, secondo l’interpretazione qui affermata, gli internati in regime differenziale restano esclusi dall’accesso alla semilibertà ed alle licenze sperimentali, non potendo uscire dalla struttura in cui sono collocati, ma, quanto alla socialità ed ai movimenti intramoenia, deve essere loro garantita la possibilità di lavorare» (Corte costituzionale, Sent. 197/2021, dep. 21/10/2021).

Numerazione in sequenza 14E21 del 24/10/2021