Affidamento in prova terapeutico

affidamento in prova terapeuticoCon riferimento alla revoca dell’affidamento in prova terapeutico, non opera il divieto triennale previsto dall’art. 58-quater, comma 3, Ord. penit. Nel caso in esame il Tribunale di sorveglianza dichiarava inammissibile l’istanza presentata dall’interessato finalizzata ad ottenere il beneficio penitenziario dell’affidamento in prova al servizio sociale in relazione al residuo di pena che all’istante restava ancora da espiare. La declaratoria di inammissibilità veniva pronunciata sull’assunto che non era trascorso il periodo di tre anni prescritto dall’art. 58-quater, comma 3, Ord. penit. (Divieto di concessione di benefici) dalla revoca del beneficio dell’affidamento in prova ex art. 94 del Testo unico stupefacenti (Affidamento in prova in casi particolari) a suo tempo concesso al medesimo condannato.

Ebbene, affrontata la questione in cassazione, si è ribadito che «è il contenuto delle prescrizioni imposte all’affidato a rendere peculiare l’istituto della revoca nelle ipotesi previste dall’art. 94 T.U. stup., rivestendo tali prescrizioni una specifica valenza riabilitativa e terapeutica, attraverso cui si persegue la finalità di recuperare il condannato, liberandolo dalla dipendenza da cui è affetto. Pertanto, il fallimento, o anche solo l’inefficace perseguimento di tale obiettivo, in rapporto all’atteggiamento dimostrato dall’affidato rispetto al trattamento, è alla base della decisione di revocare la misura di cui all’art. 94 T.U. stup., anche indipendentemente da comportamenti del condannato di segno manifestamente trasgressivo»; giacché – richiamando il principio sancito dalla Corte costituzionale con la Sentenza n. 377/1997 – tale fattispecie di affidamento in prova pur «inserendosi come species del genus dell’affidamento in prova già previsto dall’ordinamento penitenziario, rappresenta una risposta differenziata dell’ordinamento penale conformata alla (e giustificata dalla) singolarità della situazione dei suoi destinatari, vale a dire le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti».

Pertanto, da tali «affermazioni deriva che, nell’affidamento in prova terapeutico, tenuto conto dei presupposti specifici e autonomi su cui si fonda, assume un rilievo preminente, pur nel più ampio contesto delle misure alternative alla detenzione, la cura dello stato patologico del condannato e la sua affrancazione dalla condizione di dipendenza» (Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 17821/21).
Numerazione in sequenza 08E21 del 17/05/2021

Detenuto in regime differenziato

Non è consentito al detenuto in regime differenziato utilizzare la posta elettronica per corrispondere col proprio difensore. Il caso oggi proposto riguarda le doglianze di un detenuto rispetto al diniego da parte dell’Amministrazione penitenziaria alla sua richiesta di essere autorizzato all’uso della posta elettronica per interagire con il difensore «fondato sulla mancata previsione di tale possibilità da parte della circolare applicabile ai soggetti sottoposti al regime differenziato», ex art. 41-bis Ordinamento penitenziario. Infatti, prima il Magistrato di sorveglianza, poi il Tribunale di sorveglianza adito, rigettavano i rispettivi reclami proposti dal soggetto interessato in quanto «la possibilità di comunicare con il difensore a mezzo della posta elettronica non poteva configurarsi come un diritto e non potendo la scelta dell’Amministrazione ritenersi ingiustificata o irragionevole rispetto alla disciplina dettata per i detenuti comuni, sottoposti a un regime differente».

Ebbene, proposto ricorso per cassazione, nel quale sostanzialmente si adducono motivazioni riconducibili al negato diritto di difesa nonché alla disparità di trattamento tra i detenuti cosiddetti comuni e quelli ristretti in regime differenziato, come nel caso in esame, i giudici di legittimità chiosano che non può «configurarsi alcuna violazione di norme primarie o secondarie, nemmeno sotto il profilo di una ipotetica disparità di trattamento riservata ai detenuti sottoposti al regime detentivo ordinario», poiché, prescindendo che la possibilità per i detenuti comuni di fare ricorso a tale strumento è stata solo prospettata nel ricorso senza che sia stata indicata la fonte normativa e la circostanza fattuale, va in ogni caso osservato che il riconoscimento di tale facoltà sarebbe riconducibile ad una mera opportunità offerta dall’Amministrazione penitenziaria a beneficio dei detenuti assoggettati al regime ordinario, peraltro soltanto in alcuni istituti di pena, per mezzo di una «non meglio specificata attività di talune cooperative sociali, ovviamente non suscettibili di alcun coinvolgimento in caso di detenuti ristretti in regime di art. 41-bis Ord. penit., rispetto ai quali sono massime le esigenze di controllo al fine di evitare pericolosi contatti con l’ambiente esterno». Ne consegue la infondatezza della prospettata lesione alle facoltà difensive del ricorrente (cfr. Cassazione penale, Sez. I, Sent. 17084/2021).

Numerazione in sequenza 07E21 del 14/05/2021