Affidamento in prova

Per la revoca della misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale ai sensi dell’art. 94 D.P.R. n. 309/90, il Tribunale di sorveglianza non può limitarsi a ritenere che la revoca deve avere effetti retroattivi solo in considerazione del fatto che il condannato non abbia inteso intraprendere alcun serio percorso risocializzante, senza dunque aggiungere alcunché in merito alla concreta valutazione dello specifico profilo di indagine. Infatti, in termini generali, alla luce dei principi di proporzionalità ed adeguatezza della pena indicati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 343/87, in tema di affidamento in prova al servizio sociale, laddove il «comportamento del condannato sia stato così negativo da rivelare l’inesistenza sin dall’inizio di alcuna adesione al programma di risocializzazione (…) il Tribunale di sorveglianza può disporre la revoca della misura con effetto ex tunc (da allora, da inizio misura, specificazione aggiunta) e, conseguentemente, determinare la pena ancora da espiare in misura corrispondente a quella originariamente inflitta», ma resta tassativo l’onere di motivare in maniera compiuta, logica e coerente tale gravosa determinazione, ovvero non deve venir meno una circoscritta analisi «complessiva dei comportamenti tenuti dal ricorrente nel corso dell’esperimento, la verifica sulla natura e sull’incidenza limitativa delle prescrizioni imposte e sui tempi della loro trasgressione» (Cassazione, Sez. 1a Pen. Sent. 28709/2020; Presidente: CASA; Relatore: LIUNI).

Numerazione in sequenza 65E20 del 21/10/2020

Termine per il reclamo

Tenuto conto della dichiarata illegittimità costituzionale dell’art. 30-ter, c. 7, Ord. Penit., con specifico richiamo alla procedura di cui al precedente art. 30-bis – nella parte che prevede che il provvedimento relativo ai permessi premio è soggetto a reclamo al Tribunale di sorveglianza entro ventiquattro ore dalla sua comunicazione, anziché prevedere a tal fine il termine di quindici giorni –, va annullata con rinvio per nuovo giudizio l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza che ha dichiarato l’inammissibilità del reclamo presentato dal detenuto per tardività di proposizione (Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 28695 del 15/10/2020; Udienza del 16/09/2020. Presidente: ROCCHI; Relatore: SANTALUCIA). Infatti, diversamente, si preclude la possibilità di far valere efficacemente le proprie ragioni rispetto ad un istituto cruciale ai fini del trattamento, che come tale è riconosciuto essenziale alla funzione pedagogico-propulsiva che permette l’osservazione da parte degli operatori penitenziari degli effetti sul condannato rispetto al temporaneo ritorno in libertà, determinando così un indebito ostacolo alla stessa funzione rieducativa della pena nell’eventualità di decisioni erronee adottate dal Magistrato di sorveglianza, avverso le quali l’interessato non avrebbe modo di contestarle efficacemente avanti al Tribunale di sorveglianza proprio per effetto dell’eccessiva brevità del termine concessogli per il reclamo (Corte Costituzionale, Sentenza n. 113 del 27/05/2020. Depositata il 12/06/2020. Presidente: CARTABIA; Redattore: VIGANÒ).

Numerazione in sequenza 64E20 del 19/10/2020

Salute e contesto detentivo

Nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza rigettava la richiesta di detenzione domiciliare avanzata nell’interesse del detenuto in espiazione della pena di anni uno, mesi undici e giorni ventotto di reclusione, per i reati di truffa e sostituzione di persona, di falsità e di violazione della misura di prevenzione, con un fine pena che cade il prossimo settembre 2021. Il Tribunale dava altresì conto sia delle diverse segnalazioni di polizia e carichi pendenti, significativi di un rischio di ricaduta nel reato, sia di un contesto familiare e abitativo precario; nonché del quadro clinico che si ricavava dalla relazione sanitaria relativamente ad obesità, ipertensione, ipercolesterolemia, schizofrenia paranoide cronica, patologie comunque suscettibili di essere adeguatamente curate in carcere. Ebbene, proposto ricorso da parte del detenuto per mezzo del proprio difensore, si è giunti alla conclusione per cui «la pericolosità sociale e la mancata adesione al piano di reinserimento sociale, proposto dai servizi territoriali, erano, dunque, elementi che deponevano per una condizione ostativa al beneficio della detenzione domiciliare invocata. Né in questa logica coglie nel segno il dedotto travisamento secondo cui il Tribunale avrebbe errato nel ritenere che l’ambiente carcerario avrebbe permesso un trattamento clinico di maggiore pregnanza». Sicché, «il ricorso non si conforta compiutamente con il ragionamento sviluppato dal Giudice di merito che ha semplicemente evidenziato come le condizioni psicofisiche del detenuto potessero essere adeguatamente controllate in contesto detentivo. Già la presa in carico da parte dei servizi dell’istituto ne avrebbe permesso un miglioramento, con assunzione costante di terapia ed effettuazione periodica di colloqui psicologici e psichiatrici». Per tali motivi, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende (Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza 27119/20 del 29/09/2020; Udienza del 23/06/2020 – Presidente: Iasillo; Relatore: Cairo).

Numerazione in sequenza 63E20 del 09/10/2020