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Espulsione dello straniero detenuto

Secondo costante giurisprudenza di legittimità, l’espulsione dello straniero irregolare extra Unione europea, condannato e detenuto in esecuzione di pena, anche residua non superiore a due anni, ha natura sostanzialmente amministrativa che costituisce una misura alternativa, atipica, alla detenzione. Tale disposizione trova fondamento poiché vi è l’esigenza di ridurre la popolazione carceraria, perciò, al contrario, ne è esclusa l’applicazione a quanti, in relazione alla pena da espiare, già si trovino sottoposti ad una misura alternativa in senso proprio oppure al regime degli arresti domiciliari esecutivi, ma non è di ostacolo per la sola applicazione dei benefici del lavoro esterno e dei permessi premio. Ebbene, l’obiettivo della legge è proprio quello di fare in modo che «fuoriescano dal circuito penitenziario, e siano subito rimpatriati, i condannati comunque non reintegrabili nella comunità nazionale, perché sprovvisti di titolo per rimanervi, già non avviati a percorsi proficui di risocializzazione e per i quali non sussistano prevalenti esigenze di tutela della loro incolumità e salute o delle loro relazioni familiari». Sicché, «l’espulsione di cui trattasi, sanzione ontologicamente alternativa alla pena, richiede che sia disposta allorché l’esecuzione della pena stessa sia ancora in atto all’interno dello stabilimento carcerario (…), il cui decongestionamento rappresenta, come notato, la ratio fondamentale dell’istituto» (Cassazione, Sez. 1a Pen. Sent. 28714/20; Presidente: CASA; Relatore: CENTOFANTI).

Numerazione in sequenza 66E20 del 23/10/2020

Salute e contesto detentivo

Nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza rigettava la richiesta di detenzione domiciliare avanzata nell’interesse del detenuto in espiazione della pena di anni uno, mesi undici e giorni ventotto di reclusione, per i reati di truffa e sostituzione di persona, di falsità e di violazione della misura di prevenzione, con un fine pena che cade il prossimo settembre 2021. Il Tribunale dava altresì conto sia delle diverse segnalazioni di polizia e carichi pendenti, significativi di un rischio di ricaduta nel reato, sia di un contesto familiare e abitativo precario; nonché del quadro clinico che si ricavava dalla relazione sanitaria relativamente ad obesità, ipertensione, ipercolesterolemia, schizofrenia paranoide cronica, patologie comunque suscettibili di essere adeguatamente curate in carcere. Ebbene, proposto ricorso da parte del detenuto per mezzo del proprio difensore, si è giunti alla conclusione per cui «la pericolosità sociale e la mancata adesione al piano di reinserimento sociale, proposto dai servizi territoriali, erano, dunque, elementi che deponevano per una condizione ostativa al beneficio della detenzione domiciliare invocata. Né in questa logica coglie nel segno il dedotto travisamento secondo cui il Tribunale avrebbe errato nel ritenere che l’ambiente carcerario avrebbe permesso un trattamento clinico di maggiore pregnanza». Sicché, «il ricorso non si conforta compiutamente con il ragionamento sviluppato dal Giudice di merito che ha semplicemente evidenziato come le condizioni psicofisiche del detenuto potessero essere adeguatamente controllate in contesto detentivo. Già la presa in carico da parte dei servizi dell’istituto ne avrebbe permesso un miglioramento, con assunzione costante di terapia ed effettuazione periodica di colloqui psicologici e psichiatrici». Per tali motivi, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende (Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza 27119/20 del 29/09/2020; Udienza del 23/06/2020 – Presidente: Iasillo; Relatore: Cairo).

Numerazione in sequenza 63E20 del 09/10/2020