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Detenuto in regime differenziato

Non è consentito al detenuto in regime differenziato utilizzare la posta elettronica per corrispondere col proprio difensore. Il caso oggi proposto riguarda le doglianze di un detenuto rispetto al diniego da parte dell’Amministrazione penitenziaria alla sua richiesta di essere autorizzato all’uso della posta elettronica per interagire con il difensore «fondato sulla mancata previsione di tale possibilità da parte della circolare applicabile ai soggetti sottoposti al regime differenziato», ex art. 41-bis Ordinamento penitenziario. Infatti, prima il Magistrato di sorveglianza, poi il Tribunale di sorveglianza adito, rigettavano i rispettivi reclami proposti dal soggetto interessato in quanto «la possibilità di comunicare con il difensore a mezzo della posta elettronica non poteva configurarsi come un diritto e non potendo la scelta dell’Amministrazione ritenersi ingiustificata o irragionevole rispetto alla disciplina dettata per i detenuti comuni, sottoposti a un regime differente».

Ebbene, proposto ricorso per cassazione, nel quale sostanzialmente si adducono motivazioni riconducibili al negato diritto di difesa nonché alla disparità di trattamento tra i detenuti cosiddetti comuni e quelli ristretti in regime differenziato, come nel caso in esame, i giudici di legittimità chiosano che non può «configurarsi alcuna violazione di norme primarie o secondarie, nemmeno sotto il profilo di una ipotetica disparità di trattamento riservata ai detenuti sottoposti al regime detentivo ordinario», poiché, prescindendo che la possibilità per i detenuti comuni di fare ricorso a tale strumento è stata solo prospettata nel ricorso senza che sia stata indicata la fonte normativa e la circostanza fattuale, va in ogni caso osservato che il riconoscimento di tale facoltà sarebbe riconducibile ad una mera opportunità offerta dall’Amministrazione penitenziaria a beneficio dei detenuti assoggettati al regime ordinario, peraltro soltanto in alcuni istituti di pena, per mezzo di una «non meglio specificata attività di talune cooperative sociali, ovviamente non suscettibili di alcun coinvolgimento in caso di detenuti ristretti in regime di art. 41-bis Ord. penit., rispetto ai quali sono massime le esigenze di controllo al fine di evitare pericolosi contatti con l’ambiente esterno». Ne consegue la infondatezza della prospettata lesione alle facoltà difensive del ricorrente (cfr. Cassazione penale, Sez. I, Sent. 17084/2021).

Numerazione in sequenza 07E21 del 14/05/2021

Il senso della pena

Ordinamento penale e senso della pena, un tema ostico, per molti, non tanto per carenza o mancanza assoluta di conoscenze giuridiche, quanto invece per una distorta percezione di quello che rappresentano, meglio dire dovrebbero rappresentare, le pene inflitte a chi viola la norma penale. Ordinamento penale e senso della pena inteso dunque come forma di espiazione secondo il principio sancito dall’articolo 27 comma 3 della Costituzione, laddove «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Sicché, la declinazione al plurale del concetto di pena sta a significare la possibilità, ed anche il dovere da parte dello Stato, di prevedere una pluralità di misure che vanno ben oltre il solo carcere. Ed è attraverso tale concetto che si contempla la seconda parte del comma terzo, cioè il processo rieducativo del condannato per mezzo del quale (forse) si restituirà alla società un soggetto migliore rispetto al passato.

Ciò premesso, il caso oggi trattato riguarda un condannato al quale era stato rigettato il reclamo avverso il provvedimento dell’Amministrazione penitenziaria che respingeva la richiesta di acquistare dei piccoli oggetti da regalare alla moglie in occasione del suo compleanno. Di contro, la difesa del condannato rilevava che tale diniego non era stato affatto motivato dal Magistrato di sorveglianza in termini di tutela dell’ordine e della sicurezza interna del carcere, né di pubblica tutela più in generale. Ordinamento penitenziario e senso della pena intesi quindi secondo il principio costituzionale che si basa sul «primato della persona umana e dei suoi diritti, valori non comprimibili neppure quando vi sia restrizione e sottoposizione alla discrezionalità dell’autorità penitenziaria», laddove il diniego qui in esame non considera il diritto del detenuto affinché sia lui «riservata particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie»; prerogativa finalizzata ad «evitare che l’esperienza carceraria incida anche sulle relazioni familiari».

Infatti, la «famiglia costituisce un valore affettivo di importanza primaria da tutelare nel contesto penitenziario. Diversamente, il detenuto subirebbe un’emarginazione non giustificabile e un’afflizione aggiuntiva non connaturata allo scopo della pena». Sicché, in tale prospettiva, l’assistenza della famiglia è in realtà un «aspetto indefettibile del trattamento penitenziario ed è funzionale al riadattamento sociale e alla rieducazione, proprio perché permette che il soggetto in vinculis non interrompa il rapporto con una formazione sociale di base che gli assicura un supporto materiale e psicologico». Perciò, non v’è dubbio che anche con l’acquisto di regali destinati ai componenti la famiglia il detenuto può «rivolgere il pensiero ad un membro del nucleo familiare e così attestare il persistere di un sentimento d’affettività anche in regime di restrizione» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Penale, Sentenza 1440/21).

Numerazione in sequenza 04E21 del 12/03/2021