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Videochiamata e colloquio telefonico

videochiamata e colloquio telefonicoLa Suprema Corte di Cassazione rinvia al Tribunale di sorveglianza per nuovo giudizio in relazione alla equiparazione della videochiamata al colloquio telefonico. Ebbene, tenuto conto degli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione e art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, posti a tutela della famiglia e dei suoi componenti, consegue che il diritto ai colloqui è pacificamente riconosciuto anche ai detenuti sottoposti al regime differenziato di cui l’art. 41-bis Ord. penit., ai quali, pertanto, seppur si applichino le disposizioni restrittive con riferimento al numero dei colloqui ed alle relative modalità di svolgimento, non può comunque essere loro impedito l’accesso. Ne consegue quindi che il detenuto sottoposto a regime differenziato può essere autorizzato ad «effettuare colloqui visivi con i familiari mediante forme di comunicazione audiovisiva controllabili a distanza, secondo modalità esecutive idonee ad assicurare il rispetto delle esigenze imposte dal citato regime, ove ricorrano situazioni di impossibilità o, comunque, di gravissima difficoltà rispetto all’esecuzione dei colloqui in presenza», in quanto tali modalità di esecuzione del colloquio da remoto, attuate dall’Amministrazione penitenziaria per gli altri detenuti, «appaiono in grado di garantire una forma di contatto a distanza senza pregiudizio» per le esigenze di tutela collettiva.

Perciò, nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza ha correttamente evidenziato come la videochiamata debba essere effettuata utilizzando le apparecchiature presenti nel carcere in cui il detenuto in regime differenziato si trova e quelle installate nell’istituto in cui dovrà recarsi il familiare, così da escludere la possibilità di eludere le misure di sicurezza imposte «atteso che, diversamente opinando, dovrebbe pervenirsi a escludere anche il colloquio visivo, rispetto al quale ricorrerebbe un analogo rischio», stante, invece, la possibilità di interrompere la comunicazione in quanto svolta sotto il controllo del personale di polizia penitenziaria.

In conclusione, se da un lato va quindi rigettata l’istanza del detenuto ristretto in regime differenziato che chiede di effettuare telefonate all’indirizzo dell’utenza privata del familiare – visto che tale fattispecie esecutiva impedisce l’identificazione dell’interlocutore, vanificando così le richiamate esigenze di controllo –, dall’altro lato va accolta la doglianza secondo cui la videochiamata non può essere equiparata tout court al colloquio telefonico, in quanto quest’ultimo soggiace a diversa disciplina soprattutto per quanto attiene la sua durata, sensibilmente ridotta (dieci minuti rispetto ad un’ora del colloquio visivo), sollevando di fatto un contrasto con il principio di diritto in precedenza richiamato, ovvero che la videochiamata «costituisce una modalità esecutiva del colloquio visivo nei casi in cui esso, per motivi eccezionali, non possa avere luogo» (cfr. Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 19826/21).

Numerazione in sequenza 09E21 del 24/05/2021

Detenuto in regime differenziato

Non è consentito al detenuto in regime differenziato utilizzare la posta elettronica per corrispondere col proprio difensore. Il caso oggi proposto riguarda le doglianze di un detenuto rispetto al diniego da parte dell’Amministrazione penitenziaria alla sua richiesta di essere autorizzato all’uso della posta elettronica per interagire con il difensore «fondato sulla mancata previsione di tale possibilità da parte della circolare applicabile ai soggetti sottoposti al regime differenziato», ex art. 41-bis Ordinamento penitenziario. Infatti, prima il Magistrato di sorveglianza, poi il Tribunale di sorveglianza adito, rigettavano i rispettivi reclami proposti dal soggetto interessato in quanto «la possibilità di comunicare con il difensore a mezzo della posta elettronica non poteva configurarsi come un diritto e non potendo la scelta dell’Amministrazione ritenersi ingiustificata o irragionevole rispetto alla disciplina dettata per i detenuti comuni, sottoposti a un regime differente».

Ebbene, proposto ricorso per cassazione, nel quale sostanzialmente si adducono motivazioni riconducibili al negato diritto di difesa nonché alla disparità di trattamento tra i detenuti cosiddetti comuni e quelli ristretti in regime differenziato, come nel caso in esame, i giudici di legittimità chiosano che non può «configurarsi alcuna violazione di norme primarie o secondarie, nemmeno sotto il profilo di una ipotetica disparità di trattamento riservata ai detenuti sottoposti al regime detentivo ordinario», poiché, prescindendo che la possibilità per i detenuti comuni di fare ricorso a tale strumento è stata solo prospettata nel ricorso senza che sia stata indicata la fonte normativa e la circostanza fattuale, va in ogni caso osservato che il riconoscimento di tale facoltà sarebbe riconducibile ad una mera opportunità offerta dall’Amministrazione penitenziaria a beneficio dei detenuti assoggettati al regime ordinario, peraltro soltanto in alcuni istituti di pena, per mezzo di una «non meglio specificata attività di talune cooperative sociali, ovviamente non suscettibili di alcun coinvolgimento in caso di detenuti ristretti in regime di art. 41-bis Ord. penit., rispetto ai quali sono massime le esigenze di controllo al fine di evitare pericolosi contatti con l’ambiente esterno». Ne consegue la infondatezza della prospettata lesione alle facoltà difensive del ricorrente (cfr. Cassazione penale, Sez. I, Sent. 17084/2021).

Numerazione in sequenza 07E21 del 14/05/2021