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La misura di sicurezza detentiva

la misura di sicurezza detentivaRimessa alla Corte Costituzionale la questione di legittimità sulla sospensione della misura di sicurezza detentiva. Nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto con riferimento alla proroga del regime differenziato la quale deve essere disposta nel caso in cui risulti la persistente capacità del medesimo soggetto di «tenere contatti con le organizzazioni criminali, senza che ciò debba necessariamente tradursi nella presenza di elementi nuovi e diversi rispetto a quelli già posti alla base delle precedenti proroghe, quando quelli già esistenti, in assenza di elementi di senso contrario, per la loro consistenza e pregnanza siano in grado di dimostrare la persistenza attuale della capacità del detenuto di mantenere i collegamenti con l’associazione criminale di appartenenza». Il detenuto in oggetto, sottoposto da anni alle rigide regole penitenziarie applicate ai condannati assoggettati al regime dell’articolo 41-bis Ord. Penit., quindi senza alcuna individuazione rispetto al «traguardo temporale ben definito», non fruirebbe neanche parzialmente del percorso trattamentale «rieducativo proposto ai detenuti in esecuzione pena, trovandosi a eseguire una restrizione meramente punitiva e non preventiva, non comprendendosi su quali aspetti si potrebbe valutare, in futuro, l’evoluzione della sua personalità»; con la conseguenza che la «sottoposizione al regime differenziato dell’internato paleserebbe quell’indebito sbilanciamento a favore delle esigenze di sicurezza, peraltro incerte nella loro prospettiva temporale e senza alcuna protezione delle finalità risocializzanti tipiche della misura di sicurezza detentiva», perciò in contrasto con i principi spesso richiamati dalla Corte Costituzionale. Continua a leggere

Controllo della corrispondenza

Le disposizioni del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria relative alla consegna di atti e documenti processuali ai detenuti sottoposti al circuito detentivo speciale previsto dall’art. 41-bis dell’Ordinamento penitenziario, prevedono, tra l’altro, che per «il carteggio afferente atti e documenti giudiziari e/o processuali che il difensore vuole consegnare brevi mani al detenuto/internato in occasione degli incontri visivi deve essere accompagnato da apposita dichiarazione che si tratta di corrispondenza per ragioni di giustizia». Inoltre: «quando mittente è il difensore, la sottoscrizione è autenticata dal presidente del consiglio dell’ordine forense di appartenenza o da un suo delegato» e nei casi in cui l’imputato è detenuto «l’autorità che ne ha la custodia appone il proprio timbro o firma sulla busta chiusa che già reca le indicazioni suddette, senza che ciò ritardi l’inoltro della corrispondenza». Nella stessa prospettiva, al fine di consentire l’effettiva inerenza della corrispondenza all’esercizio del diritto di difesa, deve «essere indicato il numero del procedimento penale a cui si riferisce il carteggio e la conferma del direttore dell’istituto che il difensore è regolarmente nominato nel relativo procedimento». Ebbene, nonostante tali disposizioni siano espressamente riferite alla consegna brevi mani al detenuto di atti giudiziari da parte del difensore, non può comunque dubitarsi che esse siano allo stesso modo «applicabili anche al caso in cui gli stessi siano stati spediti, considerata la sostanziale assimilabilità tra le due situazioni e la conseguente possibilità di rinvenire una identica ratio sul piano regolativo» (Cassazione, Prima Sezione Penale, Sent. 23820/20 del 11/08/2020 – Udienza del 22/06/2020. Presidente: Di Tomassi – Relatore: Renoldi).

Numerazione in sequenza 61E20 del 07/10/2020